Roma e il cinema

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lunedì 13 novembre 2023

 A passo d'uomo, Denis Imbert (2023)



“A Passo d'Uomo”, il film diretto da Denis Imbert, tratto dall’autobiografia di Sylvain Tesson, è la storia di Pierre (Jean Dujardin), un noto scrittore appassionato di viaggi avventurosi e di montagna che a un certo punto della sua vita si trova a fare i conti con la perdita della cosa su cui aveva sempre potuto contare: il suo corpo forte e atletico. Di colpo il quesito che prima o poi tutti si pongono – che senso ha la mia vita? – si abbatte su di lui e lo costringe ad affrontare una ricerca interiore che lo condurrà alla salvezza.

In seguito a un incidente, che il film disvelerà gradualmente, Pierre si risveglia dal coma pieno di ferri e di tubi in un letto d’ospedale.  Il medico che lo visita dopo alcune settimane gli prospetta di poter andare a trascorrere l’estate in un centro di riabilitazione. Pierre non prende neppure in considerazione l’ipotesi e gli risponde che lui, quell’estate, sarebbe andato a fare un lungo cammino.

Il film non si sofferma sulla convalescenza, ma procede a salti e ci troviamo rapidamente a seguire l’impresa: 1300 kilometri dal parco del Mercantour, nel sud est della Francia, fino alle falesie del Jobourg all'estremo ovest della Normandia, attraversando in diagonale l'intero paese e percorrendo solo piccoli sentieri fuori dalle rotte turistiche.

Che dire di questo film? Mi trovo quasi in imbarazzo a commentare l’emozione che mi ha suscitato vedere il protagonista completamente solo in mezzo a scenari naturali di una bellezza da mozzare il fiato. Sentire il respiro affannato che quando si cammina così a lungo diventa il tappeto sonoro di intere giornate oppure il ticchettio delle racchette che segnano il passo. Vedere le mucche che pascolano libere, udire la dolcezza del vento tra le foglie, provare il sollievo dell’acqua che gorgoglia fresca nel torrentello. Pierre è rimasto sordo da un orecchio e ha problemi di equilibrio, ma non si concede scorciatoie e sceglie sempre le vie più ardue, i passaggi più scoperti, le discese più pericolose. Non tollera le mezze misure e vuole farcela ad ogni costo. Anche per questo decide di dormire all’aperto per tutta la durata del cammino accendendosi il fuoco ogni sera per scaldarsi. Non viene fatto alcun cenno all’organizzazione che in realtà è necessaria per camminare così a lungo, si vede soltanto una scena in cui compra del formaggio da una ragazza che vive in montagna. Da questo punto di vista il film non offre spunti di alcun genere a noi popolo dei camminatori che quando prepariamo lo zaino prima di una partenza siamo abituati a pesare sulla bilancia elettronica anche i sacchetti di nylon in cui infilare tutti i componenti della nostra sobria attrezzatura.  Probabilmente, se non avesse rischiato la morte o l’invalidità permanente, Pierre non si sarebbe lanciato in questa impresa, preferendole esperienze sportive più eclatanti, brevi e “visibili” da inserire nel suo carniere di cacciatore di successi. Ma ora, in seguito all’evento che gli ha cambiato la vita e che lo ha umiliato nel profondo mettendolo davanti alla sua sciocca vanità, Pierre ha bisogno di fare un passo indietro, in completa solitudine e senza farsi sconti. Ha bisogno di fare questa dura esperienza perchè deve rimettersi in carreggiata e soltanto abbassandosi al livello dei suoi passi potrà recuperare il tasso di umiltà bastevole a proseguire un’esistenza che non sia solamente ciò che resta della precedente ma al contrario una distesa di giorni pieni di senso.

giovedì 9 novembre 2023

Anatomia di una caduta, Justine Triet (2023)



Qualche giorno fa ho visto “Anatomia di una caduta” di Justine Triet, la regista francese a cui dobbiamo un precedente film del 2019 che non riscosse molto successo (Sybil – Labirinti di donna), e che con quest’ultimo si è invece portata a casa niente meno che la Palma d’Oro al Festival di Cannes.  Il sipario si apre sul bel volto della scrittrice tedesca Sandra Voyter che sta rilasciando un'intervista ad una giovane giornalista nello chalet sulle montagne vicine a Grenoble, dove vive insieme al marito Samuel e al loro figlio undicenne Daniel, ipovedente da quando ne aveva quattro in seguito a un incidente di cui è stato vittima per una distrazione del padre. La conversazione fra Sandra e la giornalista è fortemente disturbata dalla musica a tutto volume suonata da Samuel, scrittore in crisi che in quel momento sta facendo dei lavori di ristrutturazione in casa con l’obiettivo di mettere su un b&b. La musica diventa assordante al punto che l’intervista deve concludersi prima del tempo. Qualche ora dopo l’uomo viene trovato morto sul selciato innevato davanti allo chalet. Suicidio? Omicidio? La principale sospettata è ovviamente Sandra che viene incriminata d’ufficio. Questo il prologo da cui prende l’abbrivio il film che racconta come, durante l’anno successivo all’incidente, si snocciolano le indagini, la difesa – affidata all'avvocato Vincent, amico di lunga data della donna -, la narrazione degli antefatti, grazie ai quali si ricostruisce la natura passionale ma anche fortemente conflittuale del rapporto tra Sandra e Samuel, e il trauma che tutta la famiglia ha subito in seguito all’incidente del piccolo Daniel. Mi fermo qui perché il film è un thriller, un poliziesco, e tutto verte sull’indagine e sul processo che avrà luogo un anno dopo.

Trama a parte, che cosa mi ha affascinata di questo film molto (troppo?) lungo e a tratti disturbante per l’eccesso di attenzione e vicinanza a cui Justine Triet ci costringe, quasi fosse una anatomo patologa che ci obbligasse a osservare da vicino i risultati della sua dissezione? Perché la mia attenzione è stata rivolta quasi unicamente al progressivo disvelamento degli strati in cui è strutturato il tessuto narrativo più che alla rivelazione finale? Perché il video che viene proiettato in sede processuale, in cui Samuel e Sandra si confrontano – le uniche scene in cui vediamo Samuel vivo –, mi è sembrata una perla rara e non solo un passaggio determinante dell’indagine? Sono giorni che ci penso e la risposta è che si tratta di un film che rasenta la perfezione tecnica. Un film che andrebbe proiettato nelle scuole di cinema e nei corsi di sceneggiatura, a partire proprio da quel dialogo miracolosamente perfetto in cui moglie e marito duettano alternando comprensione e insofferenza come solo i protagonisti dei rapporti di coppia autentici sono capaci di fare. “Anatomia di una caduta”, titolo brillantemente appropriato che esprime la molteplicità dei significati che il film sviscera e racchiude. Non posso che esortarvi ad andare a vederlo, senza pensare alla sua durata ma godendovi il suono argentino del meccanismo artistico quando funziona in modo esemplare. Completamente d’accordo con la giuria di Cannes anche questa volta.

Jeanne du Barry, Maïwenn (2023)



“Jeanne du Barry” è uno di quei film che mentre lo guardo mi conquista con grande rapidità, sprofondo nella poltrona e mi faccio rapire senza opporre resistenza, godendomi le inquadrature perfette, i sontuosi costumi Chanel, la fotografia impeccabile, gli accostamenti cromatici raffinati e splendenti. Johnny Depp, reduce da una lunga assenza durante la quale è stato oltremodo chiacchierato, dà il meglio di sé interpretando un Luigi XV che sotto i nostri occhi passa dal tormento per la perdita di Madame de Pompadour alla ritrovata joie de vie che l’affascinante Jeanne gli regala per pochi anni felici, gli ultimi. Maïwenn gira e interpreta un film che va giù come un bicchiere di champagne, esco dal cinema appagata e in cuor mio ringrazio il cielo che i tempi siano cambiati, che la necessità delle donne di difendere il loro posto nella società non dipenda più solo dalla bellezza e da un uomo, che le ghigliottine siano diventate oggetti da museo. Per qualche ora galleggio nel sospiro del grande amore che la Favorita ha saputo suscitare nel re, continuo a dolermi per la fine che li attende al varco, richiamo le scene più belle, mi domando per l’ennesima volta da dove le donne attingano la forza per tirarsi fuori dal pantano della povertà e dell’ignoranza. Poi lentamente le impressioni si attenuano, passano un paio di giorni e mi accorgo che il film che mi era tanto piaciuto è come un guscio luccicante al cui interno spira un venticello fresco e leggero, o poco di più.

Io capitano, Matteo Garrone (2023)



“Io capitano”, l'ultimo film di Matteo Garrone, ha il dono di coinvolgere lo spettatore in modo totalizzante dal momento in cui comincia – con la lunga sequenza in cui il giovane protagonista si sveglia in Senegal, nella sua casa sovraffollata e rumorosa, piena di sorelle che giocano e parlano a voce alta – fino alla scena finale, di cui non dirò nulla perché la fine non è affatto scontata e nel caso siate riusciti miracolosamente a non scoprirla nel frattempo, non voglio certo essere io ad anticiparvela. Tra questi due poli, uno intriso di caotica tenerezza, l’altro di pura adrenalina, scorre una storia che è come un fiume, denso di contenuti concreti, di immagini crude che pesano come macigni, ma anche di immagini oniriche colorate e leggere che fanno rifiatare l’anima del ragazzo, e un po’ anche la nostra. Garrone, lo ricordiamo, ha girato film come “Dogman”, “Il racconto dei racconti”, “L’imbalsamatore”, “Pinocchio”, “Gomorra”, in cui la sua personalissima vena immaginifica e poetica era esaltata dalla crudezza di una narrazione vivida, potente, a tratti quasi iperrealistica. In “Io capitano” mi è sembrato di cogliere, oltre alla commistione di tutti gli elementi che continuano a caratterizzarne lo stile, un intento di denuncia più spiccato, più netto. Lo spettatore non viene più soltanto accompagnato alla scoperta di un mondo, ma viene profondamente coinvolto sul piano etico. Poesia e denuncia si alternano in una ballata che ci scuote fin nelle viscere, facendoci sentire sulla nostra pelle tutto quello che il ragazzo, che potrebbe essere nostro figlio, nostro fratello, ingiustamente patisce. Un film da vedere, da mostrare, da portare nelle scuole, nelle piazze, ovunque.

L'ordine del tempo, Liliana Cavani (2023)



"Cosa fareste se sapeste che il mondo sta per finire?”, chiede Liliana Cavani ai protagonisti del suo ultimo film “L’ordine del tempo”, tratto dall’omonimo saggio dello scienziato-scrittore Carlo Rovelli (qui anche sceneggiatore). Le risposte sono le più varie. Quando la prospettiva della fine diventa concreta e incrina l’atmosfera rilassata dei giorni di vacanza di un gruppo di vecchi amici, radunati in una villa sulle dune di Sabaudia per festeggiare il cinquantesimo compleanno della padrona di casa, ciascuno di loro racconta al compagno/a, moglie/marito o all’amico/a il sogno che si è distrattamente lasciato sfuggire, l’obiettivo che non ha raggiunto, l’intento a cui non ha saputo dare corpo. Quel sogno, quel desiderio, quel bersaglio mancato, di fronte al timore della morte, ricompare e diventa una scheggia di rimpianto, la constatazione di una mancanza inspiegabile, di una rinuncia in fin dei conti inutile. Senza arrivare all’epilogo del racconto, che scoprirete da soli se andate a vedere il film, il focus a cui la Cavani ci inchioda come sulla croce è questo: perché capita frequentemente che ci si perda durante il viaggio? Perché ci succede così sovente di smarrire il bandolo della nostra personale matassa? Perché alla fine dei giorni ci tornano in mente proprio le promesse che ci siamo fatti da giovani e che non abbiamo mantenuto? Perché percepiamo oscuramente di esserci traditi? Perché questo tradimento ci addolora così tanto?

Il tempo - misterioso, inafferrabile, in perenne movimento – scorre ineluttabile ma ci illude di poter sempre tornare al punto di partenza per portare a termine quello che desideriamo, invece non è così. Il tempo, quantomeno per noi esseri umani, è una risorsa breve e drammaticamente finita, ma non riusciamo a capirlo altro che quando ci troviamo di fronte a una cesura, a un grave avvertimento, a un ribaltamento dell’ordine delle cose. In realtà, sembra dirci questo film - tutt’altro che pessimista, credetemi -, il nostro piccolo mondo umano è costantemente sul punto di finire, il tempo a nostra disposizione è di fatto destinato ad esaurirsi. Potrà succedere con gradualità oppure di colpo, starà a noi cercare di capire, almeno in parte, il senso del nostro passaggio. Fortunati coloro che avranno il privilegio della consapevolezza, potranno prepararsi un po’ per volta arrivando alla fine del gioco con gli occhi aperti.

The Palace, Roman Polanski (2023)



“The Palace”, l’ultimo film di Roman Polanski mi ha divertita moltissimo, mi sono goduta ogni scena, ogni dialogo, ogni gag. Nonostante sia tutto molto prevedibile – intreccio, battute, situazioni – è come una ottima pietanza tradizionale a base di materie prime eccellenti molto ben cucinate, non spiazza, non sorprende, ma semplicemente appaga; non è poco. Due ore di rutilante spettacolo in cui attori consumati del calibro di Mickey Rourke, Sidney Rome e Fanny Ardant animano una grottesca festa di capodanno dell’anno 2000, quello della paura del millennium bug, in un lussuosissimo hotel sulle Alpi svizzere dove convergono tutti gli stereotipi umani del mondo dei super ricchi e degli arricchiti. Ci sono milionari russi con seguito di modelle bellissime e perennemente brille, politici corrotti, bancari integerrimi che precipitano nel vizio, ex star cinematografiche ormai tumefatte dai troppi interventi estetici, chirurghi plastici con mogli malate di alzheimer, cani viziati che defecano sul letto, e perfino un pinguino che un ricco magnate regala alla moglie ventenne per il primo anniversario di matrimonio. A fare da contrappasso a questa pletora di vip dissennati e straripanti di denaro mal speso, vi è l’esercito di cameriere e concierge guidati dall’ineccepibile direttore d’albergo superbamente interpretato da Oliver Masucci. Il contrasto tra i due mondi che mettono in risalto le rispettive debolezze non è certo una novità, ma Polanski in questo film non vuole stupirci, vuole divertirsi, e soprattutto vuole farci divertire, alle spalle di quegli stessi ricchi che in altri film ha graffiato con ben più sottile crudeltà.

Felicità, Michela Ramazzotti (2023)


Felicità”, opera prima di Micaela Ramazzotti nelle vesti di regista è un film imperfetto ma, è il caso di dirlo, felice. Nonostante personaggi che a tratti rischiano di sconfinare nel macchiettistico, soluzioni drammaturgiche un po’ tirate via, caratteri che non vengono sempre fuori come dovrebbero, la storia c’è, il ritmo anche, gli attori funzionano e la fotografia di Luca Bigazzi è come sempre intensa. La storia è di quelle che lo spettatore trangugia golosamente: due
fratelli adulti - Desiré e Claudio – che provengono da una famiglia disfunzionale in cui i genitori, egoisti e superficiali, li hanno costantemente manipolati senza troppi rimorsi, alle prese con le difficoltà della vita. Lunghi anni trascorsi in una cuccia tossica di dolore, equivoci, pressioni, indifferenza, amore distorto, sensi di colpa, hanno minato nel profondo la capacità di Desiré e Claudio di crescere bene, di vivere bene, di diventare persone equilibrate, di lavorare, di avere relazioni affettive paritarie. Intossicati da qualcosa a cui non sanno neppure dare un nome –disfunzionalità -, i protagonisti hanno imparato soltanto a rimanere a galla. Desiré per un gesto d’amore si fa andare bene tutto, si accontenta delle briciole, chiude gli occhi davanti all’egoismo senza rimedio di coloro che invece di darle ciò che merita, senza chiedere nulla in cambio, le riservano disattenzione e indifferenza ogni volta che cerca di affermare se stessa; Claudio, più fragile, resta intontito dagli urti della vita, stritolato tra il desiderio di compiacere il padre e il non sapere cosa realmente vuole per sé. Desiré, più tosta e vitale, in qualche modo è riuscita ad allontanarsi dalla famiglia e combatte ogni giorno una battaglia disordinata ma efficace per farsi spazio nel mondo. Claudio, una volta rimasto solo, scivola lentamente nell’abisso della depressione divorato dalle manipolazioni dei genitori, alcune a fin di bene, dettate da un miscuglio di ignoranza, pregiudizi e superficialità. Il film, in realtà, comincia qui e racconta come l’amore che unisce i due fratelli – sincero, autentico e intoccato – riesca in qualche modo a salvarli. Perché la felicità, come l’amore, non è mai frutto di un baratto, non scaturisce dall’assecondare le aspettative e i desideri di genitori o compagni. La felicità è una scelta e riguarda il rispetto che abbiamo verso noi stessi, il raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo prefissi, la serena condivisione di sentimenti maturi e sinceri. Michaela Ramazzotti interpreta Desiré con appassionato trasporto e cerca in tutti i modi di trasmettere anche agli altri personaggi la medesima urgenza, lo stesso fuoco. Non ci riesce in pieno, ma il film è potente lo stesso e arriva dritto al cuore. 

Dogman, Luc Besson (2023)



Una settimana fa ho visto “Dogman”, il nuovo film di Luc Besson, volevo scrivere qualcosa a caldo, ma non sono riuscita a farlo. Nei giorni seguenti ho pensato spesso al motivo per cui non riuscivo a tornare con calma sul film,che pure mi era piaciuto nonostante i clamorosi difetti che più o meno tutti hanno rilevato. Non ho trovato spiegazioni soddisfacenti, posso solo dire che ho dovuto aspettare che l’emozione si stemperasse. Il film si apre con una citazione famosa per tutti quelli che come me vivono con un cane: “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”, del poeta e scrittore francese Alphonse de Lamartin. Non aggiungo altro. Il film, che – lo ripeto – ha un sacco di difetti, è come una gigantesca onda di amore per questi esseri che rendono la nostra vita molto più bella e accettabile di quanto possiamo mai meritare. Doug, il protagonista interpretato da Caleb Landry Jones (attore pazzesco che spero ci farà sognare a lungo), deve a loro non solo la sua sopravvivenza, che già basterebbe, ma soprattutto la sua infinita capacità di empatia, di dolcezza, di ingenuità. Un personaggio che da una parte sembra tenere per mano Hannibal de “Il silenzio degli innocenti”, con tutto il suo carico di irresistibile e orribile fascino, e dall’altra il bambino del secondo straziante episodio di “The Hours”, film di Stephen Daldry (Billy Eliot, The Reader etc) del lontano 2005. Un personaggio che mi è rimasto nel cuore, di quelli che vorrei esistesse davvero per andare a conoscerlo, per avere la sua attenzione almeno per un momento. Perdono a Luc Besson tutte le imperfezioni perché capisco che deve essersi trovato come se avesse scoperchiato il vaso di Pandora. Se amate i cani andate a vederlo e siate indulgenti, è un film d’amore e in amore si sbaglia quasi sempre.


C'è ancora domani, Paola Cortellesi (2023)



Sono finalmente andata a vedere “C’è ancora domani” di e con Paola Cortellesi. Era già stato detto tutto di questo film e per quanto mi fossi astenuta dal leggere commenti e recensioni e avessi cercato in ogni modo di evitare di guardare e leggere le numerose interviste mandate in onda e pubblicate, sono entrata nella sala cinematografica con la sensazione di avere già visto il film prima ancora che le luci si abbassassero. Fortunatamente mi sbagliavo. Per quanto il trailer
avesse fatto in tempo a scavare uno storico che ormai aveva vita propria nella mia testa, il film – bello, commovente, intelligente – è uscito fuori dallo schermo e si è posato sulle file affollate di noi spettatori come una grande e luminosa coperta fatata. E così, da quel pugnello di immagini viste e riviste e dalle frasi involontariamente orecchiate al bar, sulla metro, in ufficio, è balzata sullo schermo tutta la verità dell’omaggio a Delia. Un omaggio a tutte le donne che hanno fatto una vita amara, faticosa, che come lei hanno cresciuto figli, sopportato padri e mariti, sognato antichi amori, sperato vite diverse, senza contare mai nulla nella società. Delia, con la sua magrezza, i suoi zigomi, gli occhi vivi, morbidi e belli, sempre pronta al sorriso, all’ironia, le incarna tutte, le rappresenta, le racconta. Delia che accetta senza lamentarsi la sua condizione, senza mai perdere la grazia, con dignità, sapendo sempre da che parte stare, con la schiena dritta e lo sguardo fermo. Delia che risponde a tono anche se poi la paga cara ma non è una ribelle, semplicemente vuole dire la sua perché sente di averne il diritto. Delia che aderisce con naturalezza al suo ruolo ma non abbassa gli occhi, non tradisce se stessa, preferisce un occhio nero alla vergogna di non riuscire a guardarsi allo specchio. Delia che ingoia l’amarezza e scrolla le spalle, serbando gesti di gentilezza nonostante tutto. Che deciderà di fare un passo in più solo quando si renderà conto che è necessario per il bene della figlia, perché non tollera l’idea di passare su questa terra senza lasciarle un’eredità preziosa anche se intangibile. Il cammino sarà lungo – lo è ancora – ma quello che conta è fare il primo passo. E Delia lo fa, con l’incrollabile fiducia nella vita che la caratterizza e che ce la fa tanto amare.

martedì 30 maggio 2023

Rapito, Marco Bellocchio (2023)



Ho visto “Rapito”, il film di Marco Bellocchio, sul caso Edgardo Mortara e dico subito che si tratta di uno splendido film, di quelli che quando arriva la fine vorresti poterlo rivedere da capo. E’ la storia di un bambino ebreo che vive con la sua famiglia a Bologna, circondato dall’affetto dei genitori e dei fratelli, e che nel 1858, all’età di sette anni, viene prelevato dallo Stato Pontificio e portato a Roma per essere cresciuto come cattolico per il semplice fatto di essere stato segretamente battezzato da una servetta che lo aveva ritenuto in fin di vita quando era neonato e di nascosto da tutti gli aveva somministrato il sacramento per evitargli il rischio di finire nel limbo qualora fosse morto.

Secondo le regole della legge papale, il battesimo, ancorché effettuato alla bell’e meglio con acqua comune e la frase di rito appena smozzicata dalla ragazza, una volta scoperto, impone al bambino un’educazione cattolica che deve essere impartita allontanandolo dalla famiglia di origine. Infatti, le leggi dello Stato Pontificio vietavano a persone di altre fedi di crescere i cristiani. Così, il piccolo Mortara viene “rapito” e trasferito da Bologna a Roma, dove viene allevato secondo i precetti cristiani sotto la custodia di Papa Pio IX. Naturalmente i genitori e l’intera comunità ebraica cercano di opporsi con ogni mezzo, ma tutti gli sforzi sono vani. Edgardo vivrà lontano dalla sua famiglia, dimenticando la sua religione e assorbendo i dettami del cattolicesimo. Detto così sarebbe violenza pura, e naturalmente in larga parte lo è. Ma quello che rende il film un capolavoro dove sensibilità e immaginazione si fondono con l’accuratezza della ricostruzione storica è l’aver saputo delineare tutte le sfumature dei sentimenti che tempestano dall’inizio alla fine gli animi dei protagonisti: paura, disperazione, rabbia, speranza, dolore, rassegnazione, riconoscenza, fiducia, desolazione. Nel turbinio disastroso di sopraffazione, crudeltà e dolore, il film non rinuncia a raccontare anche di rare dolcezze, di minuscole complicità, di impercettibili momenti di pace, di rivelazioni che nonostante tutto si fanno strada tra le pieghe salate delle lacrime. Edgardo resiste all’urto dell’infelicità e della solitudine, cresce, diventa un fervido credente e all'età di ventitré anni viene ordinato sacerdote cattolico con il nome di Pio. Nel 1895 tenta inutilmente di convertire l’amata madre sul letto di morte e viene cacciato dalla famiglia inorridita da tanto ardire. Resta nel cuore l’ultima scena quando, a pochi metri dalla mamma ormai spenta, Edgardo si accarezza la guancia, proprio come aveva fatto lei la notte prima che lo portassero via. In quella carezza che il giovane prete evoca e si restituisce c’è tutto l’amore che gli è stato inutilmente strappato nel nome di una regola disumana a cui, forse, la fede che incredibilmente lo ha toccato restituisce senso.

Tutte le reazioni:
Aurora Acconcia, Maristella Lippolis e altri 17

mercoledì 4 aprile 2018

Tonya, Craig Gillespie (2017)



“Tonya” è un biopic, ovvero appartiene a quel genere cinematografico basato sulla ricostruzione della biografia di un personaggio realmente esistito. Il film racconta la vita della pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding (Margot Robbie), che nel 1994 fu al centro di uno dei più grossi scandali sportivi degli Stati Uniti d'America. Tonya, che era stata la prima atleta americana ad eccellere nei campionati nazionali e soprattutto era stata la prima a compiere il triplo axel, viene improvvisamente accusata di aver stroncato la carriere dalla sua amica e rivale Nancy Kerrigan facendole spaccare un ginocchio con una martellata da un balordo assoldato dal marito. La carriera di Tonya, che pure si rivela coinvolta indirettamente (il mandante era stato il marito), si interrompe immediatamente e la giovanissima ragazza viene definitivamente espulsa dal mondo del pattinaggio che già non faceva mistero di sopportarla a stento.

Il film approfondisce la storia di Tonya attraverso un mix sapiente di finte interviste girate ai tempi nostri, in cui i protagonisti raccontano alcune parti della vicenda, con  il flusso del racconto che mostra a più riprese lo srotolarsi degli eventi. Ne emerge il ritratto sfaccettato e complesso di una ragazza piena di talento, simpatica, ribelle, vitale fino all’inverosimile che ha semplicemente avuto la sfortuna di nascere nella famiglia sbagliata. Sofferente d’asma e forte fumatrice, poco amata dai giudici di gara che non la ritengono all’altezza di rappresentare gli Stati Uniti né di incarnare un modello sportivo degno di  essere proposto al pubblico a causa della bassa estrazione sociale e della scarsa umiltà a piegarsi alle regole non scritte dell’ambiente del pattinaggio, Tonya Harding porta sulle spalle il fardello di un’infanzia difficile causato da una madre dura e anaffettiva che fin dai primi anni intende servirsi del suo innato talento per riscattare la propria insoddisfazione.

Non voglio raccontarvi altro, andate al cinema - il grande schermo per film come questi è assolutamente indispensabile - e godetevi i primi piani di virulenta bellezza della bellissima Margot Robbie, da cui un minuto prima sprizza una fame di vittoria quasi ferina e subito dopo dilaga il candore della bambina mai cresciuta che continua suo malgrado a considerare le botte una forma d’amore. Godetevi l’interpretazione della madre da parte della pluripremiata Allison Janney e le scene sulla pista di ghiaccio, ottenute grazie agli effetti speciali perché non è stato possibile trovare una controfigura in grado di eseguire il salto triplo axel.  Godetevi la storia di questa ragazza sfortunata, rovinata da una madre gelida e cattiva che la fa dubitare del suo valore umano, condannandola a vivere solo in funzione della performance, in un desolante deserto affettivo. E infine godetevi la musica che Tonya sceglie per le sue esibizioni: aggressiva, trasgressiva e indomita come lei.

giovedì 15 marzo 2018

Lady Bird , Greta Gerwig (2018)


 
Il film sembra bello, asciutto, commovente; si ha la sensazione di trovarsi davanti a un piccolo capolavoro. “Bene”, direte voi. Invece, se si ha la pazienza di attendere qualche giorno, di far decantare le emozioni, ahimè,  resta poco o niente della storia dell’incantevole Christine, adolescente di Sacramento all'ultimo anno prima del college. Non è che non ci tocchino la sue difficoltà ad inserirsi nel gruppo dominante della classe o che non si percepiscano i disagi del suo barcamenarsi con i primi approcci sessuali o le amarezze di una vita familare imperfetta. Non è che che non ci faccia tenerezza, con quel visino pallido e intelligente che sbatte in faccia alle durezze gratuite del mondo che la circonda. Capiamo per filo e per segno cosa le passa per la mente, i sogni che le scorrono sotto la pelle e non smettiamo un momento di fare il tifo per lei. Però, lo stesso, questo film osannato in patria e candidato a 5 Oscar, in me, non ha lasciato traccia. Un po’ perché si viene subito a sapere che si tratta della storia autobiografica della regista e questo spiega un indugiare compiaciuto su particolari non proprio pregnanti, come certe ruvidezze della madre sproporzionate all’entità dei fatti, ma evidentemente figlie di ricordi duri a morire.  Un po’ perché il genere del racconto di formazione ha precedenti talmente illustri e sfolgoranti, da fare impallidire qualsiasi tentativo meno che brillante (e questo, brillante non è). Un po’ perché manca il guizzo, la verve – o come la volete chiamare -,  quell’idea narrativa che deve sostenere lo srotolarsi della storia e guidarla verso l’orizzonte, a volte appena intravisto ma presente, dell’originalità .
Lady Bird imparerà a volare, dopo un periodo malmostoso e offuscato, che come di prammatica investe la gran parte degli adolescenti occidentali, ma il suo volo rimarrà un timido sbattere d’ali. Mi sarei aspettata un dispiegarsi più maestoso, un planare più coraggioso e liberatorio.  
Prima di concludere, però, bisogna riconoscere che l'interpretazione di Saoirse Ronan è proprio una delizia, e infatti aldilà di ogni considerazione, la giovane attrice ha vinto il Golden Globe come migliore attrice in un film brillante.  

martedì 13 marzo 2018

A casa tutti bene, Gabriele Muccino (2018)


 
La famiglia protagonista dell’ultimo film di Gabriele Muccino si riunisce per festeggiare le nozze d’oro di Alba (Stefania Sandrelli) e Pietro (Ivano Marescotti). La pletora di fratelli, figli - tutti accompagnati dai relativi coniugi e in un caso anche dalla ex -, cugini e nipoti costituisce una sorta di brodo primordiale in cui il regista intende innescare e far esplodere i piccoli grandi drammi dell’ipocrisia che serpeggia nella famiglia borghese. Potrebbe essere già questa una cornice sufficiente per la buona riuscita dell’esperimento,  ma il regista non si accontenta e decide  di inchiavardare i suoi personaggi nell’ancora più solido spazio chiuso costituito da un’isola (Ischia) da cui, contrariamente ai programmi di tutti i personaggi, non si può andare via al termine della festa a causa di un’improvvisa tempesta che blocca i collegamenti con la terraferma. A quel punto, tutte le tensioni che fino a quel momento sono rimaste sotto traccia, secondo i calcoli del regista, dovrebbero deflagrare senza più remore e si dovrebbe assistere a una sorta di dramma borghese in cui i personaggi si svelano per quello che realmente sono. Magari fosse così! Quello a cui gli spettatori assistono, ahimé, è invece un patetico andirivieni dei personaggi che, per simulare l’irrequietezza esistenziale che li divora, non smettono un momento di camminare avanti e indietro tra le stanze della villa in cui sono alloggiati, il giardino che la circonda e i vicoli dell’isola, come inesausti burattini che non trovano pace. Senza un briciolo di “necessità” drammaturgica – ma anzi secondo i piatti automatismi di un copione precotto -, queste esili figurine di cartone sbattono tra loro come falene impazzite, nel vano tentativo di significare una lotta interiore che non c’è. Al culmine del “dramma”, Carlo (Pierfrancesco Favino) finisce quasi per buttare di sotto dalla scogliera l’insopportabile e stupidissima moglie Ginevra (Carolina Crescentini) che lo tormenta con la sua gelosia retroattiva, mentre suo fratello (Stefano Accorsi) seduce una bella cuginetta testè ritrovata e i due vengono platealmente scoperti dalla figlia di lei che si mette a gridare come un’aquila per l’orrore che la visione dei due avvinghiati sul letto le suscita. Ci viene da chiederci se Muccino abbia qualche nozione di psicologia o abbia mai letto almeno un paio di classici della letteratura. La risposta è no, altrimenti mai avrebbe potuto anche solo concepire sviluppi così bislacchi e ingenui della sua trama. Vi risparmio il resto, tanto avrete già capito come la penso.
Il titolo del film poteva richiamare  tematiche di pirandelliana memoria, oppure  film ottimamente riusciti come “Parenti serpenti” di Monicelli o “La terrazza” di Scola, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Il risultato, magari non sarebbe stato originalissimo, ma forse si sarebbero potute passare un paio d'ore di innocuo svago. Invece, ci si annoia mortalmente  a seguire l’affastellarsi inutile di storielline  senza spessore, per di più condite da una sequela di luoghi comuni da cui un regista maturo dovrebbe aver imparato a difendersi almeno un po’.

martedì 20 febbraio 2018

La forma dell’acqua, Guillermo Del Toro (2017)


 E’ un film sull’amore e sulla sua capacità di restituire la vita a chi per un motivo o per un altro la vita l’ha perduta. Siamo nei primi anni sessanta, in piena guerra fredda, in un laboratorio scientifico in cui lavorano scienziati e militari. Elisa è una giovane donna muta, impiegata nella ditta che fa le pulizie nel laboratorio. Vive da sola in un alloggio posizionato proprio sopra una sala cinematografica dalla quale filtrano musiche e luci che ammantano la routine mattutina della ragazza con una patina onirica di felliniana memoria. Un giorno, mentre Elisa pulisce il gigantesco laboratorio segreto,  scopre involontariamente l’esistenza di una misteriosa creatura anfibia, che viene tenuta incatenata in una grande vasca. L’aspetto della creatura è spaventoso, una sorta di incrocio fra uomo e rettile con le zampe palmate, l’indole decisamente aggressiva e  feroce. Tuttavia Elisa, che forse a causa del suo handicap è dotata di una sensibilità particolare,  è immediatamente attratta dall’essere misterioso e giorno dopo giorno, di nascosto da tutti, stabilisce con lui un contatto che piano piano sfocia in un vero e proprio scambio. Sebbene la storia non sia particolarmente originale – ci vengono in mente la Bella e la Bestia, ma anche King Kong e Ann Darrow  -  il film è di quelli in grado di rapire lo spettatore e di farlo sognare. Perché, come in ogni favola che si rispetti, la trama è sostanzialmente secondaria, serve più che altro a far progredire la narrazione, mentre quello che conta sono i particolari, le atmosfere che vengono evocate, il modo in cui i personaggi sono tratteggiati.
Guillermo Del Toro, dopo due film di prim’ordine (“La spina del diavolo” del 2001 e “Il labirinto del fauno” del 2006), con quest’opera vince il Leone d’oro di Venezia e ottiene 13 nomination all’Oscar, e la cosa non stupisce. Grazie a scelte iconografiche raffinate, con forti riferimenti al mondo dei fumetti e della grafica, le immagini vagamente iperrealiste fanno da scenario all’incontro degli incontri.  Quello tra due creature diverse, emarginate, due veri e propri freaks – vi ricordate il cult movie di Tod Browning del 1932 intitolato appunto “Freaks”, ambientato  In un circo che ha tra le sue attrazioni esseri bizzarri e deformi tra i quali nascono relazioni amorose?  Elisa, con le sue cicatrici sulla gola, che a distanza di anni raccontano ancora di quando da bambina le fu strappata la laringe, e il mostro anfibio,  che impara la lingua dei gesti per amor suo, conquistato dal dolce sapore delle uova sode con cui lei lo ammansisce, assomigliano  ai protagonisti di tante storie dei nostri giorni. Alle tante, troppe creature che la nostra società mette da parte come fossero merci fallate – pensiamo ai disabili a cui vengono destinate sempre meno risorse - o addirittura incatena e tortura a morte  per paura della diversità che rappresentano – pensiamo ai centri di detenzione libici, tanto per dirne una - o per carpirne inesistenti segreti scientifici – pensiamo all’atrocità della vivisezione.
Ma siamo al cinema e questa è una favola, non la realtà di tutti i giorni. Così Elisa e il suo mostro, grazie all’amore  che hanno saputo riconoscere e suscitare l’uno nell’altra, si salveranno e vivranno felici in un mondo dove, straordinariamente,  l’acqua ha una forma, quella della vita che può rinascere.

giovedì 8 febbraio 2018

La ruota delle meraviglie, Woody Allen (2017)


“La ruota delle meraviglie” di Woody Allen mantiene ciò che promette nel titolo, inanellando come perle elementi cinematografici di prima grandezza che si valorizzano a vicenda dando luogo a un film complesso e toccante dove non si ride mai e si pensa molto. La fotografia di Storaro, che da sola basterebbe a tenere in piedi il film grazie alla sua rotonda perfezione, fornisce uno dei motivi di maggior godimento estetico. Gli attori, prima su tutti una grandiosa Kate Winslet, ...offrono una prova di recitazione da manuale, reggendo senza apparente fatica lunghissimi primi piani di straordinaria intensità. Infine, il testo dello script (anch’esso di Woody Allen), che si rifà apertamente ai drammi di Tennessee Williams in cui le vite dei protagonisti si incagliano senza rimedio, finendo per smarrirsi in un vuoto sognante e doloroso da cui non ci si può salvare. Al di là della trama, ciò che conta è la capacità di mettere in scena la resa dei protagonisti di fronte al fallimento della propria vita e di rendere palpabile la banalità crudele della loro disperazione. Un Woody Allen che con l’andare del tempo attinge sempre meno alla comicità e all’ironia, preferendo toni più drammatici per affondare la lama del suo genio nella descrizione pura e semplice dell’animo umano. Insomma, potremmo dire, sempre meno Freud e, al contrario, sempre più Shakespeare

L'insulto, Ziad Doueiri (2017)

Tra le tante cose fatte in questi giorni, ho visto un film che vi consiglio caldamente di non perdere, sia per la profondità dei contenuti che affronta,  sia per il nitore della forma.  Si tratta de “L’insulto” del regista libanese Ziad Doueiri, premiato a Venezia con la Coppa Volpi a Kamel El Basha per la migliore interpretazione maschile. Ambientato a Beirut e scaturito da un episodio realmente accaduto – il regista e co-sceneggiatore racconta di aver insultato realmente una persona in un momento di nervosismo -, il film mette in scena con passione e maestria il risvolto emotivo che si annida in ogni conflitto etnico e religioso, anche se apparentemente di piccolissimo calibro. E prendendo le mosse dall’aspro litigio tra un profugo palestinese e un militante nella destra cristiana, nato da una banale questione di tubi che sgocciolano sulla strada, racconta di come sia possibile superare un’antitesi che altrimenti rimarrebbe insanabile, soltanto attraverso la presa in carico di una visione politica delle cose, unica via percorribile in grado di riportare il dissidio sul piano di categorie dal respiro più vasto, come la responsabilità, il rispetto, l’etica. Primi piani  intensi,  fotografia potente, dialoghi senza sbavature e colonna sonora efficace, insomma… non fatevelo scappare!

The Post, Steven Spielberg (2017)



Sono volata a vedere “The Post” di Spielberg, già ampiamente conquistata dalle poche sequenze intraviste nel trailer. Domenica sera,  cinema pieno, meraviglioso sprofondare nella morbidezza della poltrona e nel buio della sala. Che dire… un film che è esattamente come mi aspettavo: un thriller politico che racconta la storia dietro alla pubblicazione dei "Quaderni del Pentagono", avvenuta agli inizi degli anni settanta sul Washington Post. Narrazione tradizionale, costruzione solida, ritmo privo di incertezze dal primo all’ultimo fotogramma, alta densità dei dialoghi, che appaga senza risultare eccessiva, nonostante il flusso non dia tregua neanche per un istante. Meryl Streep e Tom Hanks, rispettivamente editore e direttore del Washington Post, campeggiano come possenti e attempati leoni e tutta l’intricata vicenda si srotola senza intoppi fino alla conclusione, a cui si giunge con un’andatura di trotto energico ma non nervoso. Come se non bastasse, il film è impreziosito da un’attenta ricostruzione storica degli ambienti e dei personaggi. Penso all’arredamento delle abitazioni dei protagonisti, alla gigantesca tipografia in cui viene stampato il quotidiano, alla scena in cui si vedono le copie del Post che a migliaia passano dalla rotativa alla pancia dei furgoni, pronti per essere consegnati, agli elegantissimi abiti di Kay Graham e di Ben Bradlee. Un capolavoro di cura per i dettagli degno di un vero maestro del cinema – viene in mente il talento di Luchino Visconti quando si tratta di rievocare i fasti del Gattopardo o quelli di Ludwig. E del resto, per capacità narrativa e coraggio nel dispiegamento di forze, Spielberg al nostro maestro italiano un po’ assomiglia.

Fin qui, però, si tratta di un’equazione che resta nella norma: ottimo regista = ottimo film. E invece, nascosto nelle pieghe della sceneggiatura, fa capolino un tassello che mi ha commosso profondamente. Una scena senza la quale il film andrebbe avanti ugualmente, ma non sarebbe lo stesso. Il momento in cui Kay, seduta sul letto in vestaglia, mentre addormenta le nipotine, racconta alla figlia come è stato difficile guidare il suo giornale dopo la morte prematura del marito, che lo aveva a sua volta ricevuto dal padre di lei. “Io non avevo mai avuto un ruolo”, mormora Kay, scuotendo dolcemente la testa, con lo sguardo perduto verso un punto lontano del suo passato.  Come per quasi tutte le donne di quegli anni,  per quanto ricche, colte e raffinate,  anche per lei l’emancipazione era un miraggio. Kay, se il marito non fosse morto, non si sarebbe mai ritrovata alla guida dell’azienda di famiglia e anche quando il marito muore - e lei, che è una donna affabile e intelligente, viene lasciata libera di prendere la guida del Post – dovrà subire per lunghi anni l’umiliazione di sentirsi trasparente agli occhi dei suoi colleghi maschi. Rispettata, stimata per il coraggio e la serietà, ma trasparente. Fino a quando, pochi giorni prima, non le si è prospetta di colpo l’occasione di far sentire la sua voce, forte e chiara, e dopo non pochi tentennamenti, ha deciso di farsi valere. Onore a Spielberg per aver voluto incastonare questo frammento di storia femminile nel suo bellissimo film. E ora basta, non vi racconto altro, ma voi andate a vederlo (!)

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Martin McDonagh (2017)


Sono finalmente andata a vedere “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh. Mi aspettavo molto e molto ho avuto. Film poderoso, inclemente, intessuto di strazio e violenza, pieno di citazioni da cinefili e screziato da un’ironia devastante. C’è  un che di biblico in quei paesaggi sgraziati e scabri, nelle rughe di quei volti aridi, nelle storie che si dipanano sotto la glaciale indifferenza del cielo. La provincia americana come ce la immaginiamo quando si pensa al peggio del peggio, l’America profonda dove non c’è scampo possibile a un’esistenza incrollabilmente priva di qualunque tratto di grazia e bellezza. Perfino il ricordo straziato di Mildred, che rievoca gli ultimi momenti in cui sua figlia era viva, pochi minuti prima di essere uccisa e stuprata mentre moriva, si apre su uno squarcio di lampeggiante degrado:  “Sei una troia!”, grida inferocita la ragazzina alla madre quando viene a sapere che dovrà andare a piedi, “E se mi stuprano?” sibila cattiva. “Speriamo che ti stuprino!”, le risponde esasperata la madre. Naturalmente  l’atroce maledizione si compie e Mildred diventa una dannata che cammina. Una povera donna che intreccia la sua storia miserabile a quelle di uno sceriffo, destinato di lì a poco a perdere orribilmente tutto ciò che ha, e di un poliziotto complessato e sadico che trascina la sua vita appeso alle gonnelle di una madre ignobile . Tre figure che si aggirano sullo schermo restituendoci l’orrore della vita quando va male. Mentre sullo sfondo i tre giganteschi manifesti piantati in uno sterminato campo riarso dichiarano al cielo tutta l’inutilità della loro domanda. Un film formidabile, intelligente, che va visto e forse anche rivisto, se non altro per capire come sia drammaturgicamente  possibile che, a tratti, si riesca quasi a ridere di quel che si vede.

Ella e John, Paolo Virzì (2017)



“Ella e John”, l’ultimo film di Paolo Virzì piacerà agli spettatori per vari motivi,  tutti molto diversi tra loro. C’è chi lo apprezzerà perché affronta con coraggio il delicato argomento degli ultimi mesi/anni di vita, mostrandoci come sia sempre possibile sottrarsi a certe conclusioni cupe e crudelmente solitarie. C’è chi verrà conquistato dalla struttura narrativa del film che è a tutti gli effetti un road movie, affidabile  cornice ever green, ancora una volta in grado di regalarci paesaggi mozzafiato e una colonna sonora che levati. C’è chi ne apprezzerà  con divertito interesse lo spaccato di società che emerge, comparandolo con la nostra realtà e impiegando il tempo del film a ipotizzare come sarebbe, qui da noi, fuggire a bordo di un vecchio camper il giorno in cui ci si deve presentare in ospedale per essere ricoverati. E poi ci siamo noi. Noi che eravamo bambini proprio mentre Ella e John erano giovani genitori, ovvero in quel periodo magico in cui si respirava l’aria leggera della liberazione da ogni possibile fardello di regole grigie e polverose. Noi che nelle nostre case avevamo il permesso di disegnare  sulle pareti e che invece di tovaglie impeccabilmente stirate avevamo sottopiatti di paglia intrecciata. Noi che non abbiamo avuto rassicuranti torte di mele nel forno né pavimenti tirati a lucido e statuine capodimonte nella vetrinetta del salotto, ma libri dappertutto, cibi macrobiotici nei piatti di legno, stanze allegramente disordinate e inondate di incenso e musica dodecafonica. Noi che guardavamo la Tv dei ragazzi su divani seppelliti da pile di quotidiani e di fumetti. Noi che d’estate non avevamo seconde case in cui villeggiare dopo averle ben arieggiate, ma passavamo le vacanze in campeggio e dormivamo in tenda, sotto i pini, mentre fuori frinivano i grilli e brillavano le stelle. Noi che abbiamo avuto genitori che prima di essere tali erano “coppia” e che ancora oggi  l’uno senza l’altra non sanno stare.  Noi che proprio grazie a loro siamo stati genitori diversi e che per amore dei nostri bambini abbiamo saputo recuperare regole, ordine e tradizione. E che ormai li abbiamo perdonati, quei genitori lì – eterni ragazzi in cerca di leggerezza.


Come un gatto in tangenziale, Riccardo Milani (2017)

Qualche giorno fa sono andata a vedere “Come un gatto in tangenziale” di Milani, per il gusto di vedere la coppia d’oro della comicità Albanese-Cortellesi alle prese con i luoghi comuni del conflitto sociale. Il film è molto divertente, si ride parecchio e non solo di pancia. L’eterna antinomia tra centro e periferia (lo “spaventoso” residence Bastogi), tra ricchi che lavorano nei think tank e poveri che sbarcano il lunario facendo le pulizie, tra il salotto borghese radical chic e il tinello coatto tirato a lucido, tra l’orrore di quella lingua di spiaggia fangosa che confina con le piste dell’aeroporto e si chiama niente meno che Coccia di Morto e lo splendore immoto delle dune di Capalbio, con tutti gli annessi e connessi di battute e situazioni, fa naturalmente ridere molto, ma fa anche riflettere. Non tanto alla natura del conflitto tra i due mondi - che francamente sono altri i luoghi deputati ad affrontare l’argomento con qualche risultato -, quanto piuttosto all’originalità di questo prodotto della commedia italiana. Che ovviamente stigmatizza le debolezze dei suoi personaggi con l’obiettivo di aggiungere un tassello di analisi sociale alla comprensione del mondo circostante da parte dello spettatore. Ma per far questo, anziché lavorare sui personaggi, si concentra con profitto sulla funzione del “luogo comune”. E infatti, il film di Milani gronda luoghi comuni al punto che, escludendo ragionevolmente che gli sia sfuggita la mano (troppa esperienza, troppo mestiere, troppa consapevolezza), diventa chiaro come ad essi venga affidata l’interpretazione della realtà. I luoghi comuni, immediatamente riconoscibili e comprensibili dal pubblico, proprio per la loro natura “comune” e non sofisticata, tessono la tela di un moderno canovaccio di commedia dell’arte. E tirando il filo di quella trama, (ri)conosciuta e condivisa, gli spettatori osservano dal di fuori ciascuno il proprio mondo di appartenenza e ne ridono, scoprendone il lato irresistibilmente ridicolo.